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Jack
London - Il richiamo della foresta (The Call of the Wild)
(Einaudi, Torino, 1996)
Il
cane Buck si sentiva davvero a suo agio nella ricca e sicura
tenuta del Giudice Miller. Non gli mancava nulla ed era tenuto
in così gran considerazione da sentirsi il sovrano di
tutte le cose viventi e non che lo circondavano. Le sue serate le
passava accucciato tra le gambe del padrone davanti al caminetto.
Ma, normale destino per chi sta come lui, un giorno viene rapito
a tradimento e venduto per pochi soldi ai cercatori d’oro.
Nel giro di poco tempo si ritrova ingabbiato e bastonato,
obbligato a tirare slitte su e giù per l’Artico, in
un ambiente ostile ed al limite della sopravvivenza. Questo
ambiente, frequentato da animali selvaggi e feroci, capace in
pochi minuti di inghiottirsi uomini cani e slitte, incontaminato
nelle sue notti di luna piena o di bufera sarà la
benedizione per Buck. Infatti “il mondo dei sentieri
della natura selvatica è una scuola straordinaria, e
coloro che ci vivono possono essere maestri rudi e divertenti”
(1). Sarà qui, nell’ostilità e nello stupore
di fronte a quegli scenari, che Buck imparerà a cavarsela.
I suoi sensi si esalteranno in modo inaspettato, il suo istinto
lo guiderà infallibilmente nell’orientamento, la sua
ferocia ed il senso di giustizia convivranno, imparerà ad
uccidere gli altri animali solo quando ha fame e non come
passatempo. Scoprirà dolorosamente una libertà che
anche per l’uomo, oggi sottoposto ad una
“elementarizzazione, una riduzione della complessità
che finisce per cancellare ogni tratto individuale e ogni
profondità ontologica” (2), sarebbe di grande
beneficio. Infatti “le lezioni che impariamo dal mondo
selvaggio diventano il galateo della libertà. Possiamo
goderci la nostra umanità, con il suo spettacolare
cervello e la sua vibrante sessualità, le sue ambizioni
sociali e i suoi ostinati malumori, senza ritenerci né più
né meno di qualsiasi altro essere” (3). Il mondo
artico per Buck è infine il luogo del recupero della
dimensione immaginale in cui millenni di storia e lotte,
combattimenti ed alleanze, attacchi e fughe, lo hanno reso capace
di adattarsi all’ambiente, vivere e sopravvivere senza
intaccare dannosamente la ricchezza della natura circostante da
cui dipende la sua stessa sopravvivenza. Ma questa dimensione
immaginale è presente anche nell’uomo. “Il
profondo della mente, l’inconscio, è la nostra
wilderness (natura incontaminata, n.d. r) interna” (4). E’
lì che si trovano adesso Buck, e l’orso, e l’anatra,
e il lupo. La cui presenza in noi ci viene comunicata anche dal
qui presente corpo ed i suoi sensi. La presenza di questi aspetti
nell’uomo, cioè del mondo selvatico e incontaminato,
è un segnale a ben sperare: ascoltandoli, accettando come
Buck le loro leggi, iniziando a stabilire con l’ambiente un
rapporto fondato sull’ascolto della disponibilità
non infinita della natura e sul riconoscimento della sacralità
dell’inevitabile prendere e dare è possibile forse
ristabilire un’antica amicizia. Quella tra il primo cane,
il primo albero ed il primo uomo che insieme correvano in
un’estasi “che segna il culmine della vita, oltre il
quale la vita non può innalzarsi. E, tale è il
paradosso del vivere, quell’estasi giunge quanto più
si è vivi, ma giunge come oblio completo dell’essere
vivi. (5) L’uomo, soprattutto il maschio, vuole tornare
libero a correre come Buck. Invece la sua naturalezza è
bloccata da un “manierismo sociale, il modo di esprimersi
proposto dalla collettività, che di solito tende a
privilegiare alcuni aspetti dell’esistenza (la salvaguardia
delle cose come stanno, l’accettazione del potere così
come si presenta) rispetto ad altre esigenze, più
profonde…” (6). Tra cui quella di correre nella luce
magica lunare con un cane e un albero al fianco.
(1)
Snyder G., Nel mondo selvaggio. Andata e ritorno tra i luoghi
incontaminati della natura in cerca della natura incontaminata
dell’uomo, Red, Como, 1992, p. 35. (2) Bonesio L.- Resta
C., Passaggi al bosco, Mimesis, Milano, 2000, p. 127-128. (3)
Snyder G., op. cit., p. 40. (4) Ivi, p. 33. (5) London
J., Il richiamo della foresta, p. 44. (6) Cfr. Risè
C., L’interdetto sociale: le “buone maniere”,
in Il Maschio selvatico, Red, Como, 93, p. 56.
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